Immagine elaborata da Campo di grano di Van Gogh

Ero un cieco

Mi sono guardato intorno. Era un giorno
colmo d’azzurro e le montagne porgevano le gole
all’alito fresco del vento.
Dietro i vetri ho atteso che fosse svanita
la profonda tristezza che incupiva i miei occhi
e sono andato in cerca di quel
che mi avrebbe reso felice.
Giunto sui campi ho guardato
la campagna e il cielo. Tutto era bello.
Tutto era immerso in una luce pura e fredda.
Attraversavo con passo solenne le spighe
alte e mature. Ho perso il senso
dello spazio e del tempo.

Adesso ero un cieco.

Ho sentito nella nebbia del sogno un sibilo sconosciuto,
un serpente che striscia ai piedi di un tronco sbiancato
e avvinghia un nido tremante di piccoli,
o un treno che ha smarrito il suo solco e si perde
fremendo tra il grano alto della campagna.
Un nero e un giallo nelle immagini cresciute nel sogno.
Un nero sempre più nero
anche se si allontana verso l’orizzonte
e un giallo di spighe
che tinge il grigio di nuvole sulle montagne.
I colori mi accecano come pugnali nelle pupille.
O sono quei giorni che strisciano con l’andatura obliqua
verso la preda dei sentimenti?
O il solco lasciato dal treno nel cuore del grano
come la ruga incisa sulla fronte dal tempo?
Mi guardo intorno e capisco che dietro
le immagini si nasconde il pensiero
di quel che è giusto o sbagliato, il dovere, i ricordi,
la tenerezza delle speranze, il timore di morte. Tutte le cose
che speravo sparissero con la mia cecità.

Finché il serpente non è strisciato ai miei piedi.

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