Shepherd & Dog

Me stesso

 (23/02/2016)Qualcuno dice che bisogna rispettare la sequenzialità degli accadimenti e dei pensieri che li accompagnano o ne vengono fuori. Quindi occorre pensare a ciò che accade oggi e, in ultima analisi, non pensare al domani e poi alla morte.

Purtroppo per me, e non solo per me, non è così: il mio cervello vuole essere sempre un passo avanti a ciò che accade, percependo e studiando ciò che accadrà.

È per questo che non sono mai contento?

Spesso mi chiedo che senso abbia essere uomini – unico animale dotato di cervello in grado di elaborare complesse astrazioni – se poi si è immersi nella natura in tutto e per tutto.

A che giova questo cervello?

Non certo alla natura, dal momento che l’uomo è anche l’unico animale che per vivere deve distruggerla. E allora a cosa o a chi giova? In quale economia naturale è inserito il processo che il cervello mette in atto? Le religioni sembrano avere la risposta e ogni risposta sembra essere quella buona. Tutte si basano su una vita al di là. Ma io mi chiedo se non è proprio da cervelli simili al mio, che vogliono andare oltre gli accadimenti, che nascono queste religioni e quindi il loro aldilà.

Mi piacerebbe di no, mi piacerebbe che qualcuno mi dimostrasse che anche l’aldilà fa parte della natura, del suo fine ultimo e definitivo. Invece, come è ben noto, tutte le religioni hanno per base la fede, che è una grazia o una virtù, cioè che non appartiene anch’essa alla natura. E allora a chi appartiene?

(21/02/2016)Oggi sono ancora purtroppo nella fase del “non ho nulla da dire”. Però posso confessare che la fine dell’inverno non mi tirerà su il morale perché per fortuna il tempo ha su di me un’influenza minima.  Se mai si potesse stabilire una percentuale per valutare il peso del tempo atmosferico sui miei stati d’animo, sarebbe del 10%. Il restante 90% è invece terreno incontrastato di quel tempo che passa scandendo i colpi sonori e cupi dei secondi, quei piccoli scatti ansiosi e astiosi che trascinano al giro le altre lancette. A volte mi vedo proprio in punta alla lancetta dei secondi, immobile come un marinaio che scruta in piedi il mare da una banchina deserta, eppure soggetto a uno straziante viaggio di trasformazione. Sempre lì, in punta a quella esile lancetta, mi distendo piatto ogni qualvolta quella più robusta dei minuti mi scavalca e chino il capo rassegnato quando vedo giungere a sovrastarmi quella opulenta e pensierosa delle ore con il suo incedere subdolo, come di colei che non passa mai e invece corre fino a esaurirsi all’improvviso quando la spinta che le dona vita viene a cessare.  È questo il sottile piacere di vivere. Le piccole aste dell’orologio iniziano a scorrere sin dal primo istante di vita, prima le piccole, poi quelle dei minuti e infine quelle delle ore per scandire attimi, minuti, ore, giorni, settimane, mesi, anni. Perciò ogni giorno mi affretto a dare carica al pendolo che all’ingresso attende chi entra in casa mia. Per dire a tutti: benvenuti, siamo qui, siamo ancora vivi.

(26/8/2015) Anche questa mattina a Roma, dalla mia terrazza, ho guardato i monti che stanno intorno sull’orizzonte. Non ho ancora capito cosa davvero vedo: dai colli albani, questo è certo, a tutti gli altri monti fino a quelli che sorgono in Abruzzo. Credo che questo panorama sarà quello che chiuderà la mia vita. Sono nato guardando l’Etna che si ergeva maestosa in fondo a una larga strada, guarda caso si chiamava via Celeste,  che finiva contro la facciata lontana di un ricovero per anziani. Al di sopra della facciata ad un solo piano, al di sopra dei tetti bruni, il manto azzurrino dell’Etna, spesso in cima spruzzato di neve. Stavo ore a guardarla. Poi una ristrutturazione del quartiere, che chiamerei distruzione, ha spazzato via quell’ampio e Celeste spiraglio che nutriva la mia anima di sogni di libertà e di evasione ed è sorto un brutto palazzo con i parapetti dei balconi in lastre di cemento precompresso. La mattina non guardavo più. Mi chiudevo nella vista del giardino sulla parte interna della casa.

Sono nato guardando l’Etna dicevo, finirò guardando altri monti, che tuttavia non comunicano quel vigore che mi comunicava il vulcano. Sembrano questi adesso accompagnarmi dolcemente nel mio “discendere”. Là sarei morto da eroe, qui morirò lentamente come l’acqua che scorre verso valle.

(4/8/2015) “A chi va nelle fiabe la sorte meravigliosa? A colui che senza speranza si affida all’insperabile. Sperare e affidarsi sono cose diverse quant’è diversa l’attesa della fortuna mondana dalla seconda virtù teologale. Chi ripete ciecamente, ostinatamente “speriamo” non si affida: spera solo, realmente, in un colpo di fortuna, nel gioco momentaneamente propizio della legge di necessità. Chi si affida non conta su eventi particolari perché è certo di un’economia che racchiude tutti gli eventi e ne supera il significato come l’arazzo, il tappeto simbolico supera i fiori e gli animali che lo compongono.

Vince nella fiaba il folle che ragiona a rovescio, capovolge le maschere, discerne nella trama il filo segreto, nella melodia l’inspiegabile gioco d’echi; che si muove con estatica precisione nel labirinto di formule, numeri, antifone, rituali comune ai vangeli, alla fiaba, alla poesia. Crede costui, come il santo, al cammino sulle acque, alle mura traversate da uno spirito ardente. Crede, come il poeta, alla parola: crea dunque con essa, ne trae concreti prodigi. Et in Deo meo trasgrediar murum.”

Cristina Campo (1923-1977), “Gli imperdonabili”, Adelphi – 1987

(2/8/2015)Una sconfinata prateria piena di angoli colorati da guardare come in un vecchio caleidoscopio, di quelli in cui i bambini non guardano più. Angoli di luce, angoli bui, e migliaia di mani che sventolano le proprie dita come piccole nuvole dritte contro il cielo azzurro. E tante tante voci si odono, nessuno parla la stessa lingua e nessuno capisce l’altro, ma tutti hanno lo stesso tono come in una grande arena dove sono riuniti clown di tutto il mondo a recitare ciascuno la propria parte. Ciascuno ride dell’altro, o se la ride o si arrabbia o ama, mette un mi piace risucchiato nel  nulla di un mondo inconsistente

(10/7/2015) I vegetariani salveranno il mondo?

1)       L’uomo non può vivere senza distruggere. Anche solo per coprirsi dal freddo o per proteggersi dal sole! Egli appartiene, in maniera anomala  e tutta particolare (superiore?) alla natura. Come i leoni, i leopardi ghepardi e simili, tigri, aquile e rapaci in genere, boa costrittori, squali e quant’altro, il più grande predatore (e distruttore del mondo e tuttavia partecipe del regno animale) continuerà a divorare le sue vittime.

2)       Quelle dell’uomo sono vittime animali e vegetali, sono territori strappati ai boschi per creare piantagioni, oltre che strade superstrade e città. Sono pietre strappate alle montagne per essere trasformate in materiale inerte e quindi morto. Chi finanzia tutto questo? Solo i non vegetariani? Ognuno faccia la sua piccola parte e il mondo, se non verrà distrutto da coloro che inquinano, verrà distrutto da coloro che li combattono.

3)       Però un conto è uccidere, un conto è essere crudeli. L’uomo dovrebbe avere l’umiltà di capire che distruggere fa parte della sua natura. E questa umiltà dovrebbe portarlo a rispettare, ad amare e a ringraziare ogni momento le vittime del suo bisogno, ovunque si trovino, nel mare, nella terra, nell’aria. Allora sarebbe un distruggere senza crudeltà, nel rispetto e nell’amore di ciò che lo circonda. Utopia? Si, proprio di questo purtroppo stiamo parlando.

4)       Ci vuole molta forza d’animo. Ma ci vuole anche cervello (umiltà) per restare entro i limiti della natura. E restare entro i limiti non vuol dire fingersi di astenersi dal distruggere, come credono i vegetariani, ma essere consapevoli dei propri limiti.

 

(19/5/2015) Abbiamo ancora da fingere e fingere con le parole trovate lungo la strada, inciampando più volte nelle disperse in mezzo alla polvere.

Così inganniamo il tempo e il tempo ci ripete che il nostro è solo l’inganno dei dormiveglia di chi non vuole aprire gli occhi e si abbandona al torpore della mente.

O il tempo ci sconfigge restando nell’immobile illusione che nulla – chiusi gli occhi – muta. Ma il dolore trafigge le pareti del corpo che sfuggono al controllo. Così cadono le maschere che avevamo appese alle pareti della nostra casa. Che adesso è buia e ci invita a cercarci protendendo le mani in cerca dei corpi. Ma troviamo solo il soffio sordo di una porta che sbatte.

Abbiamo messo fine al nostro comunicare e la casa  è risorta intorno a noi.

 

(4/03/2015) Non riesco a pensare che tutto finirà in quel momento, che diventerò solo materia che si trasforma in altra materia. O forse mi consola pensare che esistono altre possibilità, umane, ultraterrene, solo cerebrali.

Tutta questa fatica per vivere per nessuno scopo! Mi sembra una pessima idea.

E’ proprio una pessima idea. Praticamente un cervello che non giova a nulla. Un crescere per un decadere, un accumulare esperienze per poi disperderle nel nulla. Un tramandare per un tramandare all’infinito (ma l’infinito di cosa?) o a scadenza. E alla scadenza interrompersi e anch’esso disperdersi nel nulla. Non ha senso. Ma il problema è se esiste un senso, se il senso è in se o è una nostra costruzione mentale. L’uomo spiega tutto ciò che non comprende come derivante dalla divinità (chiunque essa sia e sotto qualsiasi forma mentale si presenti). Ma nei secoli la conoscenza umana si è accresciuta (a spese di individui che sono morti,perché?) e gli interventi della divinità come causa dell’ignoto si sono sempre più ridotti. E se questo accrescersi della conoscenza fosse un avvicinarsi alla divinità? E quando questa conoscenza sarà assoluta tutti ne facessero parte e possedessero la medesima conoscenza? Ne rimarrebbero fuori solo coloro che hanno ostacolato questa conoscenza, non volendo conoscere, distruggendo, non amando?

Non è questo il senso della Divina Commedia? Perché pensare alla Divina Commedia, perché cercare sempre una fonte autorevole più della nostra?

(27/11/2014) Spesso penso che di certi libri (in particolare romanzi o poesie) bisognerebbe acquistare e leggere  solo le recensioni.

Non mi piacciono i libri di poesie moderne. Sono scritti generalmente da persone che non hanno perduto il senso del fare oppure da coloro che non fanno mai nulla che valga la pena di mettere in versi.

(12/10/2013) Ritrovare il proprio tempo e il proprio spazio è ritrovare la propria ragione d’essere

 

(9/09/2013)  Tutti siamo d’accordo nel dire che aspiriamo una vita serena, pienamente umana, e tutti concordiamo nel ritenere che una vita siffatta implica libertà e un gusto educato ad apprezzare ciò che è onesto, vero, bello. Basta leggere uno dei tantissimi post che vengono pubblicati su facebook o su google+.
Ma fino a quando ci limitiamo a formulare semplici enunciazioni generalizzate e generalizzanti, le frasi che esprimono questa nostra aspirazione potrebbero essere trasferite dai miti ai prepotenti, dai pacifisti ai guerrafondai, e viceversa, e nessuno sarebbe il più saggio. Perché tali frasi, senza il supporto di una analisi, non si calano nella situazione reale e alla fine non risultano interessate alle condizioni che rendono possibile la realizzazione di tale volontà.

 

(5/09/2013) Esperienza con gli errori?  Ieri dicevo che avrei fatto meglio domani. Oggi penso che facevo meglio ieri.

 

(30/08/2013) Il mio cane sta tutto il giorno a guardarmi in preda a un perenne stato di ansia. Cerca in me se stesso. Lo capisco. Tutto quello che fa scompare in un ciuffo d’erba.

 

(29/08/2013) Non bisogna avere fretta: più fretta si ha più la morte ci insegue

 

(4/08/2013) Quanto più del tempo si tiene a conto, tanto più si dispera d’averne che basti; quanto più se ne getta, tanto par che n’avanzi (Giacomo Leopardi). Va bene, ho capito. Ma che volevi dirmi, caro Giacomino? E a te, di tempo te n’è avanzato o non te n’è bastato?

 

(1/08/2013) L’uomo è dov’è il suo cuore, non dov’è il suo corpo (Gandhi). Ecco perché non mi vedo mai e mi sento pure poco bene!

 

(31/07/2013) Se cinquanta milioni di persone dicono una cosa sciocca, rimane una cosa sciocca (Anatole France). Magari! Dillo agli studiosi del consenso e ai maghi dell’audience!

 

(10/04/2013) Mi piacerebbe essere anch’io dentro un diario di viaggio a sfogliarne insieme le pagine, a scrivere e leggerne i sogni. Ma il mio diario lo scrivo da solo come da solo fabbrico sogni che ogni tanto inebriano ingannando la vita.

 

(13/04/2013) La chiave di un vivere sano sta nel coraggio dell’affrontare non nei risultati di impossibili e inutili viaggi, interiori o esteriori, che lasciano le cose esattamente dove stanno. Se ci fosse il coraggio non penseremmo neppure di fuggire in un viaggio e/o di rintanarci nel nostro interiore. Non penseremmo alla fuga ma al nostro essere dove siamo, con i nostri pregi e i nostri difetti, con le nostre verità e le nostre menzogne, con le nostre illusioni e le nostre amarezze. Se avessimo coraggio non avremmo bisogno di interrogare profeti, di incontrare insegnanti ma saremmo noi gli insegnanti degli altri. Ma se uno il coraggio non ce l’ha, se uno fugge da vigliacco, cosa può fare?

 

(17/01/2013) Quando mio padre mi vide per la prima volta sentendomi piangere disse: “Ma questo parla. Se dentro c’è nascosto qualcuno, tanto peggio per lui. Ora l’accomodo io! ”
Mi agguantò con tutte e due le mani, e si pose a sbatacchiarmi senza carità contro le pareti della culla per farmi diventare un pezzo di legno.
E dal quel giorno diventai un burattino meraviglioso, che sa ballare, tirare di scherma scrivere versi e fare i salti mortali.
(Incipit de “Le avventure di Pinocchio”, edizione 1945)

 

(8/03/2013) Oggi faccio gli auguri a modo mio alle donne alle amiche alle amanti, alle sorelle e alle mamme non con i fiori delle mimose ma con le stelle luminose dei loro splendidi cieli, azzurri e sereni, grigi o nuvolosi, a volte tempestosi a volte spogli e silenziosi ma sempre profumati di vita.

 

(12/04/2013) A proposito di certi consigli, preconfezionati e ricchi di saggezza, ricordatevi che:
Se siete abbastanza coraggiosi da lasciarvi indietro tutto ciò che vi è familiare e confortevole e che può essere qualunque cosa, dalla vostra casa a vecchi rancori, e partire per un viaggio alla ricerca della verità, sia esterna che interna, se siete veramente intenzionati a considerare tutto quello che vi capita durante questo viaggio come un indizio, se accettate tutti quelli che incontrate strada facendo come insegnanti, e se siete preparati soprattutto ad affrontare e perdonare alcune realtà di voi stessi veramente scomode, allora la verità non vi sarà preclusa e potrete dire di esservi affidati a un ottimo tour operator.

 

(01/03/2013) Leggo su facebook pensieri del tipo “ogni giorno è speciale” “il sole sorge su noi stupiti” “ogni mattina porta con sé un particolare miracolo”. E sono tutti tratti da famosi poeti o scrittori. Però, però, io personalmente non mi percepisco poi tanto miracolato.

 

(16/01/2013 San Marcello) Un mio amico mi ha detto: basta, marcello, esci dalla tua ruggine. Invece di guardare sempre il cielo metti il naso per terra e incontrerai tanti amici.
Almeno mi sembra che mi abbia detto così. Del resto quando usciamo insieme, lui sta sempre con il naso per terra e incontra molti amici. E si fa pure qualche soddisfatta pisciatina.

 

(ancora 16/01/2013) Considerazioni sulla giornata di oggi a Roma: il cielo è plumbeo e il grigio scende insieme alla pioggia sin sulla cima degli alberi. E’ il tempo adatto a leggere un libro e quando sarò stanco inizierò a costruire il presepe, tanto prima o poi il natale ritorna!!

 

(01/10/2012) Il male non ha nulla a che vedere con credenze religiose ma con ciò che è cattivo, ingiusto e disonesto, inutile, inopportuno, svantaggioso, ed è sinonimo di sofferenza e dolore, sia fisico che morale. E’ qui e ora che l’uomo soffre e il poeta non deve mai dimenticarlo.

 

  1. Gabriella Barattia scrive:

    Le tue considerazioni sconvolgono certamente i normopensanti, ma con un filo sottile di ironia ci aprono gli occhi sulla vita piena di assurdità in cui ci beamo di esistere . Ti dici sempre poeta, ma la prosa non è da meno. Guardi sempre la vita con un disincanto poco rassicurante perché fuori dal coro. Mi piace questo tuo amico “me stesso” .

  2. Paola Pdr scrive:

    A Proposito di questa tua affermazione:

    La chiave di un vivere sano sta nel coraggio dell’affrontare non nei risultati di impossibili e inutili viaggi, interiori o esteriori, che lasciano le cose esattamente dove stanno. Se ci fosse il coraggio non penseremmo neppure di fuggire in un viaggio e/o di rintanarci nel nostro interiore. Non penseremmo alla fuga ma al nostro essere dove siamo, con i nostri pregi e i nostri difetti, con le nostre verità e le nostre menzogne, con le nostre illusioni e le nostre amarezze. Se avessimo coraggio non avremmo bisogno di interrogare profeti, di incontrare insegnanti ma saremmo noi gli insegnanti degli altri. Ma se uno il coraggio non ce l’ha, se uno fugge da vigliacco, cosa può fare? (13/04/2013)

    Rispondo che non credo si tratti di vigliaccheria o di fuga ma semplicemente di vita che a volte non soddisfa e non nutre pienamente come ci servirebbe per sentirci “interi”.
    Senza trovare colpe o errori da qualsivoglia parte, direi che la vita è imprevedibile e non tutto va come vorremmo.
    Coraggio è sforzarci di voler vedere in essa gli aspetti positivi tralasciando gli altri.
    Chi è in grado di fare questo probabilmente raggiunge un grado di serenità e appagamento che risolve certi sconforti.
    Ho avuto modo di sperimentare che l’accettazione di quanto abbiamo costruito diventa un fatto quasi scontato perchè accade spesso che a voler dell’altro spesso significa ricominciare da zero.
    Un rischio che non è davvero possibile correre.

  3. paola pdr scrive:

    Caro Marcello, sono tornata sui tuoi pensieri e oggi vorrei soffermarmi in particolare su questo:

    “Leggo su facebook pensieri del tipo “ogni giorno è speciale” “il sole sorge su noi stupiti” “ogni mattina porta con sé un particolare miracolo”. E sono tutti tratti da famosi poeti o scrittori. Però, però, io personalmente non mi percepisco poi tanto miracolato. (01/03/2013)”

    A parte il fatto che dopo che ti ho letto mi sono fatta una piacevole risata, mi sento di dire che tali pensieri sono devvero espressione del nulla.
    Sono un modo di esserci, di provocare la conversazione, una specie di rito del buon giorno.
    Le argomentazioni “interessanti” evidentemente vengono spesso centellinate.
    Facebook è anche questo.

  4. paola pdr scrive:

    Mi piace assai anche questo tuo scritto:

    “Quanto più del tempo si tiene a conto, tanto più si dispera d’averne che basti; quanto più se ne getta, tanto par che n’avanzi (Giacomo Leopardi). Va bene, ho capito. Ma che volevi dirmi, caro Giacomino? E a te, di tempo te n’è avanzato o non te n’è bastato? (4/08/2013)”

    Secondo me a Giacomino non gli importava del tempo. Aveva capito che il tempo, quello a lui destinato, gli sarebbe comunque bastato per fare tutte le sue cosucce.

    In effetti se si vuole pianificare troppo finisce che ci si fa prendere dall’ansia e si vive male. Il tempo invece va speso come viene, facendo tutto il “possibile”e utilizzandolo al meglio secondo le nostre intenzioni.
    E spesso il possibile sforna grandi poeti come Giacomino.

    Il tempo è una scusa per trovare un motivo d’ansia in più. Chi invecchia bene non si chiede quanti anni ha e quanti gli restano da vivere.

  5. Gabriella scrive:

    Pensieri per pensare fuori dal coro. Pensieri per aiutarci a scavare un pochino dentro di noi. Pensieri per aiutarci a guardare con occhi di poeta quello che vediamo dalla nostra finestra.
    Leggere questo tuo zibaldone fa sorridere, soffrire, arrabbiare, riempie cuore e occhi,

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