Pierangelo Basorini (1905--1973), Il bevitore

Profumo di vino

Dopo una giornata a vagare nei boschi della Tuscia
tra alberi giallo oro del colore dell’autunno
ruderi etruschi e romani al tramonto mi siedo sfinito
a un tavolo al centro di uno spiazzo
davanti a una taverna con ulivi intorno
e accanto un campo infestato dai gialli fiorellini d’artemisia
e campanule viola d’atropa bella donna.
Una vecchia con il volto crettato di pietà e dagli anni
con un grembiule bianco legato ai fianchi
versa lentamente il vino
che sobbolle nei tozzi bicchieri da osteria.
Piego il capo sulle mani chiudo gli occhi m’inebrio
del suo profumo corposo.

La giovinezza è ancora mio appannaggio
sotto questo carico di anni e d’impalpabili macerie?
E lo struggente patimento d’amare la vita?

Il profumo del vino mi penetra nel sangue
allontana ogni opacità e timore.

Guardo le mani della vecchia ne seguo ogni gesto
le chiedo quale sorte
l’abbia condotta nei boschi della Tuscia.
Nessuna nostalgia per la terra abbandonata.
La mia casa – risponde – è ovunque ci sia
uva da vendemmiare, erba selvaggia da cogliere
e un uomo da amare. E mentre parla sorride
d’un sorriso triste pieno di ricordi, alcuni neri
come rondoni senza nido altri che gridano
lenti come aquile
nel cielo luminoso del passato.

Porto alle labbra il bicchiere, gusto il caldo
e aspro sapore del vino che mi solleva
da ogni rimpianto. E penso che in basso mi attende
la mia auto lucida e rossa e l’abitacolo
che profuma come tana d’amore
delle donne che ho amato e del calore dei loro corpi.

Per un attimo penso che persino la morte
mai riuscirà a intaccare il calore di quel profumo.

La vecchia mi guarda dritto negli occhi e senza esitare
mi toglie il bicchiere di mano.
Per me e per lei tornano all’improvviso
malinconia e rimpianto per quel tempo.
Quel tempo solo perché passato.

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