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	<title>Terra Colorata &#187; specchio</title>
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	<description>Il sito del poeta Marcello Comitini</description>
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		<title>L&#8217;attore</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Oct 2018 10:16:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Comitini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Attraversa la scena avvolto in una 
sottile vampa di luce 
e l’occhio di bue sospeso nel cielo lo segue...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="padding-left: 300px; text-align: justify;">Attraversa la scena avvolto in una<br />
sottile vampa di luce<br />
e l’occhio di bue sospeso nel cielo lo segue<br />
col suo unico biancore e lo rende cieco.<br />
Con il passo leggero e gesti smarriti<br />
va in cerca delle parole<br />
nascoste nel buio di un nido di api.<br />
Ha il volto<br />
di un angelo o demone che alternativamente<br />
discendono in lui e gli donano la sensazione<br />
d’essere dominatore di qualcuno o qualcosa.<br />
Lui è quell’uomo che maltratta la compagna<br />
ne ama un’altra esulta si sgomenta sente in sé<br />
il desiderio potente di dominare la morte.<br />
Appena dietro le quinte quando tutto è finito<br />
si guarda allo specchio attentamente meravigliato<br />
d’avere soltanto un ricordo. Cerca<br />
di ripetere ogni battuta, di rifare tutte le scene.<br />
Ma è un caos vivente<br />
un posseduto dal dubbio<br />
che il suo viso non gli appartenga.<br />
Per tutto il tempo ho esultato,<br />
ho frugato nell’intimo, sono sceso<br />
negli inferi, ho salito le scale di un amore dolcissimo.<br />
Per giungere dove? Dal palcoscenico li ho visti<br />
stavano tutti sospesi nel buio<br />
con i volti tra il sogno e il desiderio. Spettatori<br />
di un perpetuo evento.<br />
Adesso da dietro le quinte li vedo si alzano<br />
hanno voltato le spalle parlano a bassa voce<br />
ripetono con la mente colma di conoscenza<br />
le parole dei demoni e degli angeli.<br />
Scompaiono dalle porte in fondo al teatro. Mi stanno<br />
dimenticando?<br />
Oh arte che mi riempi il cuore e me lo rubi<br />
abbi misericordia di me.</p>
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		<title>Lungo i viali</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Apr 2018 15:14:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Comitini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Poesie]]></category>
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		<description><![CDATA[Lungo i viali freddi come vene senza sangue 
della città sepolta dal silenzio 
gli alberi lasciano cadere sul nero dell’asfalto...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="padding-left: 300px; text-align: justify;"><em>Lungo i viali freddi come vene senza sangue </em><br />
<em>della città sepolta dal silenzio </em><br />
<em>gli alberi lasciano cadere sul nero dell’asfalto</em><br />
<em>piccoli soli appena all&#8217;alba </em><br />
<em>già stanchi di brillare </em><br />
<em>nella monotonia del paesaggio.</em></p>
<p style="padding-left: 300px; text-align: justify;"><em>Le case intorno hanno finestre</em><br />
<em>come pupille accecate dalla luce.</em><br />
<em>Attendono la fine di ogni giorno</em><br />
<em>quando nelle stanze illuminate di dolcezza</em><br />
<em>una famiglia intorno al tavolo</em><br />
<em>cerca sorridendo il senso della notte </em><br />
<em>per lasciarsi rapire </em><br />
<em>ciascuno dentro il proprio sogno.</em></p>
<p style="padding-left: 300px; text-align: justify;"><em>Vado incontro agli alberi.</em><br />
<em>Mi segue lungo i marciapiedi </em><br />
<em>l’ombra del mio corpo.</em><br />
<em>È muta e mi si allunga ai piedi </em><br />
<em>dentro la cornice dello specchio che riflette </em><br />
<em>la mia anima abbandonata dai ricordi </em><br />
<em>e mi trascina ad ogni passo sul fondo della notte </em><br />
<em>senza volti, senza sguardi, senza varchi per fuggire.</em></p>
<p style="padding-left: 300px; text-align: justify;"><em>Nel buio gli alberi si scuotono nel vento</em><br />
<em>come le onde d’una marea che sale</em><br />
<em>e soffoca le fiamme dei soli caduti sull’asfalto.</em><br />
<em>Fermo i miei passi sul limite del vuoto </em><br />
<em>con le mani tocco</em><br />
<em>le pareti fredde della notte in cerca della musica.</em><br />
<em>La sento risuonare oltre </em><br />
<em>con l’infinita pazienza della luce.</em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Per capire il tempo</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Aug 2016 12:50:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Comitini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Prose]]></category>
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		<description><![CDATA[Hai rallentato il passo. Un bambino davanti allo specchio scopre il suo corpo e dimentica lo sguardo dolce della madre, dimentica i sorrisi della sorella che lo indispettiscono e lo sfidano. Vorrebbe essere un uomo. Davanti a se stesso fa roca la sua voce come quella del padre. Ha inghiottito il fiato, lo trattiene a lungo, allarga il petto, lo vorrebbe vasto come...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Hai rallentato i tuoi passi mentre sotto la doccia mi regalo ogni mattina questo piccolo spazio di vetri e di piastrelle lucide, nell’illusione di fuggire. Tu, appeso fuori alla parete proprio sopra lo specchio dove rivedrò il mio viso. Tu in solitudine consumi le tue ore e le mie, in attesa di uno sguardo che ti renda consapevole del tuo scandire il tempo con il rigore della goccia che scivola giù dalla pietra.  Scivola e corrode l’incavo della roccia che l’accoglie come un viso colmo di lacrime che attende baci di labbra sconosciute e amate. Baci che all’infinito mai cesseranno.</p>
<p>Hai rallentato il passo. Un bambino davanti allo specchio scopre il suo corpo e dimentica lo sguardo dolce della madre, dimentica i sorrisi della sorella che lo indispettiscono e lo sfidano. Vorrebbe essere un uomo. Davanti a se stesso fa roca la sua voce come quella del padre. Ha inghiottito il fiato, lo trattiene a lungo, allarga il petto, lo vorrebbe vasto come la piazza deserta su cui corre con i pattini per raggiungere il sogno d’essere adulto.</p>
<p>Hai rallentato il passo e mi regali ore a mia insaputa mentre sulla pelle l’acqua tiepida scorre come dita affusolate o esili fili d’erba di quand’ero adolescente. Cercavo nel cielo un segnale, anche solo una carezza e mi stendevo sui prati. Accoglievo la rugiada tra le gambe, sul petto, sulla schiena, tra i capelli. Le mie mani scorrevano alla cieca sull’erba spettinata, a tentoni cercavano la pelle calda dei sassi, la punta tenera di un germoglio che fora la terra, donando luce al buio e a me il senso del futuro senza saperlo</p>
<p>E quando arresto lo scroscio del torrente ed esco dalla gabbia d’acqua, eccomi come fossi giovane. Una luce mi si pone a fianco nello specchio. È lei che mi sfiora con i suoi lunghi capelli e tocca le mie tempie con le labbra. Si apre il vestito. La pelle del suo corpo ha il tepore del sasso e gocce simili alla rugiada la percorrono scendendo sino al pube e lungo le gambe. Nessun incavo le raccoglie, nessuna pietra si consuma. Le mie mani a tentoni la cercano.</p>
<p>Il suo nome ha il suono simile allo scrosciare limpido dell’acqua?</p>
<p>Alzando gli occhi al di sopra dello specchio, vedo le lancette immobili nell’illusione.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L&#8217;attesa</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Jun 2016 11:17:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Comitini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Poesie]]></category>
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		<description><![CDATA[Nella luce febbrile del sole

la pioggia lenisce le ferite

ai petali intrisi della rosa...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Nella luce febbrile del sole</p>
<p>la pioggia lenisce le ferite</p>
<p>ai petali intrisi della rosa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Minuscoli specchi le gocce</p>
<p>e lampi di luce nel cuore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Intanto la rosa non è più</p>
<p>che un grumo di lacrime</p>
<p>sfiorite nell’attesa.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;altrove della luna</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Nov 2015 22:03:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Comitini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Poesie]]></category>
		<category><![CDATA[André Kertész]]></category>
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		<description><![CDATA[Lievemente sfumata dalla cecità del sole,

tu figura lontana come l’alba

mi vieni incontro con la luce soave del tuo corpo...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Lievemente sfumata dalla cecità del sole,</p>
<p>tu figura lontana come l’alba</p>
<p>mi vieni incontro con la luce soave del tuo corpo</p>
<p>nell’opaco specchio del tempo</p>
<p>non ancora consumato dalla mia memoria.</p>
<p>Vicino a me il tuo viso appare</p>
<p>nei vetri oscuri della stanza spoglia</p>
<p>dove attendo la tua veste con il fruscio del volo</p>
<p>e il biancore inargentato della luna</p>
<p>ora che la notte è scesa</p>
<p>sulla città e le case</p>
<p>rade finestre accendono – la mia è rimasta buia.</p>
<p>Tra i riverberi miti dei sorrisi</p>
<p>e il rosso delle labbra che spezza il mio silenzio</p>
<p>chiedi l’amore di uno sguardo, una carezza in sogno.</p>
<p>Ma so che sei altrove e il cuore batte stanco</p>
<p>di pietà per la mia pena.</p>
<p>Ora che sei davvero più lontana</p>
<p>della luna perduta nel buio del suo cielo</p>
<p>e la sospinge il vento, la dilania col suo aspro soffio</p>
<p>in figure astratte di nuvole che mai</p>
<p>avremmo immaginato,</p>
<p>tu mi sei vicina</p>
<p>perché così è la storia di due anime che non sanno</p>
<p>come incontrarsi quando nella notte</p>
<p>incerta ed ingannevole la luna guarda altrove.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Qualcuno che mi chiami Miriam</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Dec 2013 11:34:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Comitini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Prose]]></category>
		<category><![CDATA[Beatrice Borroni]]></category>
		<category><![CDATA[cambio]]></category>
		<category><![CDATA[La Masnada]]></category>
		<category><![CDATA[Miriam]]></category>
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		<description><![CDATA[Ecco il giornale e il resto. Arrivederci, Miriam. Lui mi chiama così. Vorrei ricordargli che non è il mio nome. Non mi dispiace che mi chiamino Miriam ma non è il mio nome. Me lo ripeto ogni giorno. Anche se l’ho voluto, se ho fatto di tutto perché non mi chiamassero più con il mio nome, ci tengo a non ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Ecco il giornale e il resto. Arrivederci, Miriam.</p>
<p>Lui mi chiama così. Vorrei ricordargli che non è il mio nome. Non mi dispiace che mi chiamino Miriam ma non è il mio nome. Me lo ripeto ogni giorno. Anche se l’ho voluto, se ho fatto di tutto perché non mi chiamassero più con il mio nome, ci tengo a non dimenticarmi come mi chiamo per continuare a vivere dentro di me un’unica vita alimentata da due vite.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Prendo il giornale che ho acquistato e le monete che Carlo mi lascia scivolare nel cavo della mano. Mi giro per andarmene. Lo faccio di scatto ed è troppo. Oscillo paurosamente sui tacchi. Le caviglie mi reggono ma mi si piegano le ginocchia e il bacino, m’inclino in avanti e poi a destra a sinistra e indietro finché non riprendo equilibrio allungando in avanti le braccia. Mi raddrizzo. Un sorriso imbarazzato mi attraversa  gli occhi. Cerco di assumere un’aria indifferente e mi avvio verso l’auto. Lo so che quei tacchi troppo alti mi rendono difficile muovere i passi. Ma sono i tacchi con i quali lei camminava, sono le sue scarpe. E il suo passo, quando indossava quelle scarpe, mi lasciava senza parole, tanto erano selvagge le cadenze delle anche, i movimenti del suo corpo, il fluttuare dei lunghi capelli che ondeggiavano come carezzati dalla luce. Devo semplicemente abituarmi – mi dico. Devo apparire come lei. Devo camminare e cercare disperatamente che qualcuno ammiri il mio incedere come io ammiravo il suo. Dentro di me so bene che è quasi impossibile. Ma devo tentare.</p>
<p>Fisicamente ci assomigliamo molto, stesso tipo di pelle, stessa corporatura, stessi fianchi, stesso colore dei capelli. Da quando porto il suo nome li ho leggermente schiariti. Adesso sono colore del miele, stessa consistenza, stesse pieghe. Non che mi importi molto, ma se qualcuno dimostrasse per il mio corpo la stessa ammirazione che io provavo per il suo, almeno metà del mio intento potrei considerarlo riuscito. L’amo ancora, questo è certo. E finché l’amo non potrò mai dimenticarla. Ed è questo il mio intento. Non chiudere il ricordo dentro un cassetto da aprire in qualche occasione di malinconia. La malinconia non genera ricordi, genera rimpianti per qualcosa che si è perduto. Io non l’ho perduta. Lei è qui dentro di me e intorno a me. Dentro mi appartiene, intorno ne sento le carezze. Sono i suoi vestiti a carezzarmi, l’imitazione che faccio del suo essere di fronte agli altri, il suo sorridere, il suo gesticolare il suo parlare. Sensazioni che mi scendono dentro, lentamente, seguono l’andamento del sangue fino al cuore e poi fin sulle labbra, fin sui capelli, nel palmo delle mani, nelle caviglie, lungo le gambe sino al sesso. Ogni giorno. Ogni giorno che indosso i suoi abiti, ogni giorno che mi trucco come lei davanti allo specchio, ogni giorno che parlo con la sua voce ed esprimo agli altri idee che so essere nostre, nate da un dialogo intimo e serrato tra lei e me.</p>
<p>Non mi trucco in camera da letto né nel bagno. Il momento del trucco non è un momento rilassante. C’è sempre il panico che mi assale, mi innervosisce. Da tempo ho deciso di truccarmi nello studio, quell’ampia stanza una volta ingombra di libri e fotografie, un divano, due poltrone, una scrivania di legno massiccio. Ho sgomberato tutto, ho montato quattro spootlight sul soffitto puntati verso il basso, verso l’angolo in fondo alla stanza per lasciare tutto il resto in ombra. Ho tolto anche le foto alle pareti che ritraevano me e lei, ma non insieme, come un presagio, come solitudini gridate nell’eco di un tempo passato.  Due pareti sono rimaste vuote e opache. Alle altre due ad angolo ho affisso specchi ampi e alti sino al soffitto. Entrando nella stanza, di solito non porto nulla addosso, due figure si stagliano negli specchi, convergono fra loro: una mi viene incontro mentre l’altra, lei io?, mi cammina a fianco. La prima guarda dritto nei miei occhi, come se volesse scrutare la mia anima, l’altra compie i miei stessi passi con lo sguardo perduto in un orizzonte infinitamente lontano. Mi seggo sullo sgabello che ho disposto, con calcolo esatto, al centro della mediana ideale dell’angolo, proprio sotto i fasci di luce che convergono in quel punto. Adesso mi è chiaro che la figura che mi sta seduta di fronte sono io e mi rimprovera, le si legge in viso, il mio tradimento, il mio attaccamento all’altra. L’altra, che vedo con la coda dell’occhio, la guarda fissamente, annoiata e addolorata da questo mio caparbio tentativo mattutino di liberarmi di lei. Ma è solo un attimo. Appena inizio a cospargermi il viso di crema idratante, subito assorbita dalla pelle, e poi il correttore sugli zigomi e il fondo tinta e il mascara e il rossetto sulle labbra, lo sguardo che mi sta di fronte si addolcisce nel languore della nuova immagine che sta apparendo. E l’altra figura, quella al mio fianco, comincia a splendere nei colori di un viso che rinasce ogni giorno. Ogni giorno perfetto, ogni giorno uguale.</p>
<p>Mi alzo. Sono ancora senza nulla in dosso. I tacchi alti mi slanciano il corpo. Mi avvio verso la porta per uscire dalla stanza. Non vedo più la figura che mi stava di fronte. L’altra invece, cammina insieme a me, fa i miei stessi passi, mi segue finché ho lo specchio a fianco. Varco la porta. Spengo la luce. Sento che la figura dietro le mie spalle, quella che mi stava di fronte, mi segue ancora con uno sguardo triste nello spazio dilatato dal buio. Mi allontano. Indosso gli abiti di sempre, gli abiti di Miriam. Anche oggi andrò verso qualcuno, qualcuno che mi chiami Miriam.</p>
<p>(Racconto pubblicato sul numero 102 de La Masnada)</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Lo Specchio</title>
		<link>https://www.terracolorata.com/lo-specchio/</link>
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		<pubDate>Thu, 23 May 2013 22:00:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Comitini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Poesie]]></category>
		<category><![CDATA[Beatrice Borroni]]></category>
		<category><![CDATA[specchio]]></category>

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		<description><![CDATA[Lo specchio mostra sempre qualcosa di misterioso:
i nostri pensieri che si staccano da noi e vivono vita propria. 
Nella profondità marina dello specchio, 
senza limiti o confini d’orizzonte...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Nella profondità marina dello specchio<br />
senza limiti o confini d’orizzonte<br />
soffuse d’una tenue luce azzurra<br />
fluttuano lontani gli oggetti della stanza.<br />
La gabbia in cui è racchiuso il nostro amore<br />
un lume un letto uno sgabello esile<br />
un libro aperto alla pagina più intensa<br />
del romanzo ch’è appena terminato.<br />
L’immagine staccata dal tuo corpo<br />
entro lo spazio infinito dello specchio<br />
ripete con dolcezza il tuo piacere<br />
dove umida e dolce ti carezzo<br />
come una nuvola carica di pioggia<br />
il sole spudorato.<br />
Nel tuo doppio apparirmi di spalle di fronte<br />
nel tuo guardarti che separa il tuo pensiero<br />
dal mio, dal nostro insieme<br />
ti guardo e so che più ti perdo<br />
nella luce che s’appresta a declinare.</p>
]]></content:encoded>
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