Michele Cascella, A passeggio nel viale alberato, 1951

Lungo i viali

Lungo i viali freddi come vene senza sangue
della città sepolta dal silenzio
gli alberi lasciano cadere sul nero dell’asfalto
piccoli soli appena all’alba 
già stanchi di brillare
nella monotonia del paesaggio.

Le case intorno hanno finestre
come pupille accecate dalla luce.
Attendono la fine di ogni giorno
quando nelle stanze illuminate di dolcezza
una famiglia intorno al tavolo
cerca sorridendo il senso della notte
per lasciarsi rapire
ciascuno dentro il proprio sogno.

Vado incontro agli alberi.
Mi segue lungo i marciapiedi
l’ombra del mio corpo.
È muta e mi si allunga ai piedi
dentro la cornice dello specchio che riflette
la mia anima abbandonata dai ricordi
e mi trascina ad ogni passo sul fondo della notte
senza volti, senza sguardi, senza varchi per fuggire.

Nel buio gli alberi si scuotono nel vento
come le onde d’una marea che sale
e soffoca le fiamme dei soli caduti sull’asfalto.
Fermo i miei passi sul limite del vuoto
con le mani tocco
le pareti fredde della notte in cerca della musica.
La sento risuonare oltre
con l’infinita pazienza della luce.

  1. giuliana scrive:

    Grazie per essere tornato a deliziarci con i tuoi versi.
    Solo “vossia” riesce a svelarci un aspetto dolceamaro al contempo del proprio sentire, servendosi di metafore uniche per originalità ed alto spessore creativo.
    Di fronte a tanta “bellezza” anch’io “fermo i miei passi sul limite” non del vuoto, ma della potenza dell’ARTE.
    Vale.

  2. paola della rossa scrive:

    “Vossia”… a volte i commenti sono un valore aggiunto, perchè li trovo parecchio divertenti. Ma raccontaci di quella musica che senti suonare “oltre” perchè nella chiusa, mi ha fatto tirare un sospiro di sollievo.
    Vediamo se mi accontenti.
    Ciao poeta

    • Cara Paola, ti rispondo prosaicamente, cioè con logica, perché quell’oltre che ti ha fatto tirare un sospiro di sollievo, sembra messo lì per caso. Esso in realtà, e nella mia intenzione, vuol donare a chi legge quel senso di liberazione, soffocato dalle pareti fredde della notte. La musica, e tu che mi leggi spesso e con costanza, lo sai, è per me la via di fuga dal proprio corpo, dalla realtà umana, dal pensiero costante della fine (morte). Non può quindi rimanere costretta tra le pareti fredde della notte, ma si muove intorno ad esse come un uccello del paradiso.

Replica a Marcello Comitini